Poiché esistono tante solitudini, esistono tanti silenzi. Si cammina sempre in silenzio. Certo, da principio – non appena si lasciano le vie, le strade, gli spazi pubblici (tutta quella velocità, quei colpi: il calpestio di migliaia di passi, la confusione delle urla, delle voci, dei mormorii, il rumore stridulo dei motori) – c’è l’evidenza ritrovata del silenzio, in primo luogo come trasparenza. Tutto è calmo, attento e tutto riposa. E si è chiuso con il cicaleccio del mondo, con le voci di corridoio, le chiacchiere. Camminare. Ci colpisce, dapprima, come un immenso respiro delle orecchie: si accoglie il silenzio come un gran vento fresco che scaccia le nuvole.
C’è il silenzio dei boschi, gruppi di alberi formano intorno a noi pareti mobili, incerte. Si cammina su sentieri tracciati, strette strisce di terra che serpeggiano. Di lì a poco si perde l’orientamento. Il silenzio allora è fremente, inquieto. C’è il silenzio delle dure marce dei pomeriggi estivi, su pareti rocciose, sentieri sassosi, allo scoperto sotto un sole implacabile. Silenzio smagliante, minerale, opprimente. Si sente soltanto il lieve cricchiare dei sassi.
Silenzio spietato, definitivo, come una morte diafana. Il cielo è di un azzurro assolutamente imperturbabile. E si avanza a occhi bassi, talora rassicurandosi con un mormorio sommesso. Il cielo senza nuvole, il calcare delle rocce hanno una presenza piena: silenzio da cui nulla trapela. Silenzio colmo, immobilità vibrante, tesa come un arco. C’è il silenzio delle albe. Bisogna partire prestissimo, in autunno, quando la tappa è lunga. Tutto fuori è viola, la luce striscia sotto le foglie gialle e rosse. È un silenzio attento. Si cammina lentamente in mezzo a grandi alberi scuri, ancora avvolti da un leggero buio azzurrino. Si ha quasi paura di svegliarsi. Tutto sussurra leggermente.
C’è il silenzio delle passeggiate nella neve. Silenzio dei passi attutiti sotto un cielo bianco. Tutt’intorno nulla si muove. Le cose e il tempo sono prigionieri del ghiaccio. Immobilità sorda, tutto è fermo. Tutto è unito, felpato. È un silenzio di aspettativa, di parentesi ovattata, bianca, sospesa.
C’è infine il silenzio delle notti, unico. Quando si è dovuto, perché sorpresi dal buio o perché il bivacco era troppo lontano, dormire all’aperto, ci si è attivati per trovare un buon posto, scaldarsi, mangiare, ci si è addormentati in fretta. E poi sempre quel momento del risveglio, dopo qualche ora di sonno, nel cuore della notte. Gli occhi si aprono d’improvviso come colpiti dalla profondità del silenzio. I movimenti che si fanno, i rumori del sacco a pelo diventano enormi. Cosa ci sveglia allora? Il rumore stesso del silenzio? Nel capitolo “Una notte tra i pini”, Stevenson evoca questo fenomeno di brusco risveglio, che lui situa intorno alle due del mattino, e che concerne tutti gli esseri viventi i quali, nello stesso momento, stiano dormendo all’aperto. Lui vede in ciò un piccolo mistero cosmico: è un brivido della terra che attraversa i nostri corpi? Si tratta di un momento di accelerazione della notte? Di una rugiada invisibile proveniente dagli astri? Resta il fatto che il momento è sconvolgente: allora il silenzio si fa sentire proprio come musica, o meglio è in quel momento che, alzando la testa, si sente distintamente il canto delle stelle.
Ciò che nella marcia si chiama «silenzio» non è mai altro, in primo, che la fine del chiacchiericcio, di quel rumore permanente che fa da schermo, monde tutto e invade come la gramigna i vasti prati della nostra presenza. Il chiacchiericcio assorda: non sente più nulla, ubriaca, si perde la testa. Ce n’è sempre dappertutto, trabocca, va in ogni dove, in tutte le direzioni. Soprattutto, però, c’è anche la dissipazione del nostro linguaggio. Tutto, in questo mondo del lavoro, deI tempo libero, dell’attività, della riproduzione e del consumo delle cose, tutto ha la sua funzione, il suo posto, la sua utilità, e una parola precisa che gli corrisponde. Perfino la grammatica riproduce le nostre sequenze d’azione, la nostra conquista laboriosa, il nostro continuo affaccendarci. Sempre a fare, a produrre, sempre occupati. Il nostro linguaggio è ritagliato nelle convenzioni delle cose fabbricate, dei gesti prevedibili, dei comportamenti normalizzati, degli atteggiamenti indotti.
Artifici adattati l’uno all’altro: il linguaggio è impegnato nella fabbricazione quotidiana del mondo, vi è della stessa essenza delle tabelle , dei numeri, di bilanci: parola d’ordine, ingiunzione, sintesi, decisione, rapporto, codici. Il linguaggio è istruzione per l’uso, capitolato d’appalto. Nel silenzio della marcia, quando si finisce col perdere l’uso della parola – perché non si fa nient’altro che camminare, ed è bene allora diffidare delle guide che circostanziano, danno particolari, informano, costellano la marcia di nomi e di spiegazioni (i rilievi, la forma delle pietre e dei pendii, il nome delle piante e relative virtù), dando a intendere che c’è un nome per tutto ciò che si vede, una grammatica per tutto ciò che si prova -, in quel silenzio, allora, si ascolta meglio, perché si ascolta infine ciò che non ha alcuna vocazione a essere ritradotto, ricodificato, riformattatto.
Un uomo prima di parlare deve vedere.
Allora le sole parole che servono al camminatore sono parole da niente, parole che lui si sorprende a dire, parole come ghirlande che si mettono ai secondi, banalità, parole che non servono nemmeno a dire, ma a punteggiare il silenzio di una vibrazione supplementare, a sentirsi echeggiare.
Brano tratto da “Andare a piedi, filosofia del camminare” Frederic Gros, 2009, Garzanti





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