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Una Passeggiata

VIAGGI A PIEDI, CAMMINI, FLÂNERIE

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Fulgore invernale – H. Hesse

Erano ormai quattro notti e tre giorni che la neve cadeva senza sosta, una buona neve, a piccoli fiocchi e resistente, che nel corso dell’ultima notte era congelata e diventata dura come vetro. Chi non aveva spazzato e spalato ogni giorno davanti alla propria porta si trovava adesso in stato d’assedio, ed era costretto a zappare per liberare l’ingresso, la porta e la finestra della cantina.

Questo era accaduto a diverse persone in paese, che armeggiavano brontolando davanti alle loro case, con stivali di montone, muffole e sciarpe di lana strette intorno al collo e alle orecchie. I più tranquilli sembravano invece rallegrarsi del fatto che la nevicata fosse giunta prima del gelo, a protezione dei loro campi con la semina invernale altrimenti minacciata. Ma qui come altrove i tipi tranquilli sono in minoranza; la maggioranza piagnucolava indispettita per l’eccessivo rigore invernale, si raccontavano l’un l’altro l’ammontare dei danni e si scambiavano terribili storie di rigidità invernale. In tutto il paese erano a stento due o tre le persone per le quali questo giorno meraviglioso non significasse preoccupazione e fastidio, ma gioia, incanto e magnificenza di Dio.

Chi poteva, restava tra la casa e la stalla, e chi doveva uscire si avvolgeva da capo a piedi in vestiti pesanti, senza permettere alla nostalgia di prendere strade diverse da quelle che ritornavano alla panca vicino alla stufa che avevano appena lasciato, dove fra le piastrelle verdi rosseggiava ardente la piastra di ghisa. Era una giornata che i cittadini non si sarebbero aspettati neanche da un pittore: molto più radiosa, azzurra e abbagliante della più fulgida giornata estiva. Il cielo si perdeva limpido e azzurro in lontananze sconfinate, le foreste riposavano sotto una pesante coltre di neve, i monti dardeggiavano abbaglianti, rosseggiavano o gettavano lunghe e fiabesche ombre azzurre, e al centro di tutto si estendeva verde come un vetro il lago non ancora gelato, chiaro come uno specchio nelle vicinanze, turchino e nero in lontananza, incorniciato da candide lingue di terra smaglianti, sulle quali non c’era nulla di scuro a eccezione di esili e gelati filari di pioppi calvi e nudi.

E attraverso l’aria e il cielo infinito esultava vanesia e voluttuosa la luce di favola, riflessa e raddoppiata da ogni collina, ogni prato e ogni pietra ricoperti di neve. Inondava sfavillando senza posa le bianche distese, si accendeva di bordi d’oro sopra il bosco e i monti lontani, fiammeggiavano nell’aria con saette color diamante e arcobaleno, sottili come un capello; riposava sazia e dolce sul giallo canneto e nelle verdi insenature sull’altra riva del lago e rendeva soffuse, azzurrinamente morbide e diafane perfino le ombre, quasi che oggi, in questo giorno di fulgore, ogni macchia ribelle dovesse essere penetrata e colmata di chiarore. In giornate simili è impossibile credere che si farà notte, e quando infine il crepuscolo cala comunque, è una meraviglia osservare come il fulgido e audace splendore lentamente si arrenda, diventi stanco e cerchi un riparo, sebbene dopo giornate del genere perfino le notti senza luna non siano mai completamente buie.

E queste giornate di neve sono tanto lunghe anche perché terso ciclo invernale e il carattere indomito della luce ci rendono piccoli e allegri come bambini, tanto che vediamo ancora la terra nello splendore della e viviamo ancora alla giornata, inconsapevoli del tempo come fanciulli mostrandoci sorpresi a ogni ora e aspettandoci che non debba esserci una fine. Tali erano le mie sensazioni quando, di ritorno sul finire della giornata da una lunga escursione, uscii dalla foresta già avvolta nelle tenebre e vidi il mio paese che riposava nella rossa fragranza del vespro. Ero salito su alture solitarie, dove il freddo era pungente e da dove avevo contemplato catene di colline, foreste, campi coltivati, laghi e candidi picchi alpini in lontananza; avevo vagato in un silenzio sepolcrale attraverso turchini boschi invernali dove, a parte il gemito timoroso di fusti sovraccarichi. non s’udiva nessun rumore.

Nel bosco su in montagna avevo teso l’orecchio per ascoltare la volpe rossa, cauta eppure impudente, e fra le canne palustri avevo udito le scure anatre selvatiche; avevo rincorso per più di un’ora un picchio nero e sul pendio di una collina, nella spessa coltre di neve riportata dal vento, avevo rinvenuto la piccola salma di uno zigolo giallo. In una posizione privilegiata, fra rossi tronchi di pino silvestre, avevo visto l’ampia e fulgida vetta del Glarnisch, mi ero poi lasciato scivolare sul doppio fondo di loden dei miei pantaloni invernali lungo più d’un pendio e non avevo incontrato anima viva per tutto il giorno. E ora camminavo verso casa, stanco e felice. nel crepuscolo che stava avanzando a grandi passi; ero un po’ rigido sulle gambe e alquanto affamato, ma soddisfatto. Oggi era stata una bella giornata, pura, deliziosa, indimenticabile, e una giornata simile vale cento giornate vissute a metà e dimenticate. Nel crepuscolo vidi camminare davanti a me, sulla strada maestra coperta di neve che brillava fioca, qualcosa che cercai di raggiungere.

Quando arrivai a circa cento passi di distanza riconobbi che si trattava di un bimbetto con in testa il cappello di lana di suo padre, troppo grande per lui, e un secchio vuoto in mano. Nello stesso istante in cui potei distinguerlo chiaramente, incominciai anche a udirlo: infatti cantava. Per un po’ cercai invano di indovinare il motivetto, poiché a causa del freddo egli andava a passo molto spedito, e io percepivo solo singole note. Poi gli arrivai più vicino e da quel momento in poi gli stetti alle calcagna senza farmi notare. Egli andava di fretta, la mano sinistra ficcata in fondo alla tasca, inciampando sovente sulle asperità della strada gelata in maniera discontinua. Ma egli cantò senza interruzione per un quarto d’ora, mezz’ora e forse più, finché, giunti in paese, scomparve nella prima viuzza già oscura. Io continuavo a riflettere e a cercare di ricordare quale mai fosse stata la canzone intonata dal piccolo.

Pareva un canto serale adeguato alla presente giornata, come un canto dei ricchi e indimenticabili, anche se remoti e oscuri, tempi dell’infanzia. Il bambino non cantava parole, bensì un semplice la-la-la, ma sempre, salvo minime variazioni, sulla stessa melodia, di volta in volta leggermente diversa, la-la-la, e la melodia era tanto nota, tanto ovvia che ero costretto a canticchiarla anch’io. Eppure non conoscevo la canzone. Forse si trattava davvero di una dimenticata melodia infantile, ma non credo. In simili giornate miracolose si odono molti suoni e si vedono molte cose che ci pare di avere udito e visto spesso, che ci sembrano antichi e risaputi, mentre in realtà non li abbiamo mai uditi né visti.

Brano intitolato “Fulgore invernale” di Hermann Hesse, 1905

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