Può sembrare esagerato suggerire a qualcuno di prendere la strada sbagliata, o di perdersi, ma può essere anche un buon consiglio. Quelle camminate me le ricordo bene. Nell’autunno del 1987 percorrevo con la mia ragazza il versante destro dello Jotunheimen e, lungo la strada, decidemmo di scalare lo Store Skagastolstind, la terza cima più alta della Norvegia. Lei era una scalatrice esperta e avrebbe guidato entrambi alla vetta. Arrivati quasi in cima, però, fummo sorpresi da nebbia e nevischio. C’erano dirupi scoscesi su ogni lato. Fare anche solo un altro passo nella nebbia era pericoloso e fummo costretti a pernottare lì, senza tenda né sacchi a pelo. Saltellammo, tirammo pugni contro il vento, ci stringemmo le braccia intorno al torace per l’intera notte, e nonostante tutto ci congelammo completamente.
Guardando indietro, oggi penso sia stata l’esperienza più bella che abbiamo vissuto insieme. Quella notte trascorsa in condizioni drammatiche si distinse da tutta la serie delle notti confortevoli. Al sorgere del sole, quando ci aiutammo a vicenda a ridiscendere in sicurezza, le ore di buio ci avevano avvicinati. Ho sbagliato strada così tante volte da domandarmi se in fondo io non cerchi quella piccola insicurezza. Come disse mio fratello Gunnar – dovevamo avere otto o undici anni – una volta che ci perdemmo nell’Ostmarka: “Qui mi ci sono già perso una volta, perciò so dove siamo”
Brano tratto da “Camminare” di Erling Kagge

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