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Una-passeggiata

Una Passeggiata

VIAGGI A PIEDI, CAMMINI, FLÂNERIE

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Non abbandonarmi

Questo articolo partecipa al Blogger Contest 2020 di Altitudini.it

Da dove si comincia? Col primo passo. Il primo di una lunga, sterminata serie. Quello che a volte è il più difficile da compiere. Quello che fa varcare la soglia tra la porta di casa e l’esterno per portarci chissà dove, in luoghi mai visitati, inaspettati, inimmaginati. Si chiudono i battenti e con questo gesto ci si allontana dal rassicurante ambiente domestico, si mette fine alle certezze quotidiane e ai movimenti sicuri tra le mura casalinghe. Verso l’esterno dove tutto capita per la prima volta, il mondo scorre a 5 km all’ora rendendo concreta e fisica quell’idea di divenire. Resto l’unico oggetto sempre presente nel paesaggio che lentamente fluisce. O, forse, mi fondo e divento io stesso il paesaggio.

Ma facciamo un passo indietro, o magari anche due, per dare a questo racconto una collocazione nel tempo e nello spazio. La primavera è appena passata. Siamo nel 2020. È la prima volta, a memoria d’uomo, in cui un evento ci lega tutti entrando nelle storie personali e modificando repentinamente le nostre abitudini. Un evento che rimarrà inciso nelle biografie di ognuno oltre che nella storia con la S maiuscola. L’emergenza sanitaria ci ha tenuti relegati in casa, privati della vita all’aperto oltre che delle interazioni e dei contatti umani. Abbiamo conosciuto momenti di solitudine. Silenzi tesi e senza fine hanno galleggiato in un tempo sospeso. Ricordo le sirene delle ambulanze, i bollettini medici, la preoccupazione, gli stati d’ansia e la presenza così vicina della prospettiva della morte, evidenza che spesso si tiene a debita distanza.

Questa è stata la primavera del 2020. Primavera ha sempre significato, per me, richiamo. Richiamo dell’esterno, desiderio di terra e di natura, del profumo di prati che tornano alla vitae di aria pura sui sentieri. La natura chiama in primavera,  io rispondo sempre e mi precipito nei boschi o nelle strade ad accogliere la luce nuova dei mattini ancora freschi e pieni di promesse. E la mia mente non pensa ad altro. Gode delle lunghe giornate e dei tramonti. Progetta, escogita, si proietta già là, in luoghi immaginari.

Sono arrivate le rondini anche quest’anno assieme al sole tiepido e alle nuvole bianche nei cieli azzurri di aprile. Il mondo è un altro, e i progetti fatti solo pochi mesi prima devono essere rivisti e calati nel nuovo contesto. Il desiderio di uscire e di vivere all’esterno si agita in me più forte di sempre. È diventato una necessità. Porta con sé il bisogno di voltare pagina, di dimenticare la clausura e le atmosfere cupe e stantie degli ultimi mesi per andare verso la serenità dei passi e r riempire lo sguardo di orizzonti non più limitati dalle quattro mura domestiche. Voglio camminare e lasciare il resto alle spalle. Voglio camminare solo e attraversare città, boschi e montagne, fin dove il piede mi porti. Mi serve solo un pretesto, tutto il resto verrà da sé. Vado al mare, a trovare Valeria. Abbiamo passato tutto il periodo di lockdown separati, ognuno nella propria casa, nella propria città. Io a Milano, lei a Tirrenia (Pisa). A lei credo sia andata comunque meglio avendo il mare di fronte. Vado da Valeria a piedi per portarle un mazzo di rose. Ecco qui il pretesto. Poetico tra l’altro. 

Per andare da Milano a Pisa a piedi, si può percorrere tutta la pianura padana fino a Parma e poi valicare l’Appennino attraversando il Passo della Cisa,  per poi ridiscendere dall’altro lato in Val di Magra, cioè in Lunigiana che è già Toscana. Ma c’è anche un’altra strada che è stata percorsa per secoli e secoli e che collegava Pavia al potente feudo monastico di Bobbio in Val Trebbia e da qui portava fino a Lucca e poi a Roma.

Il Ponte Gobbo sul fiume Trebbia a Bobbio.

Una strada di montagna che attraversa diverse valli appenniniche che fanno da confine tra quelle che oggi sono le provincie di Piacenza, Parma e La Spezia. La Val Trebbia per cominciare, poi l’alta Val di Nure, la valle del Ceno, la val di Taro per scendere dai promontori in Val di Magra dopo 130 km di alture e raggiungere Pontremoli, già Lunigiana. Ognuna di queste valli prende il nome dal fiume o più spesso torrente che l’attraversa. Da Pontremoli poi, su sentieri pianeggianti fino a Lucca e da qui a Pisa, valicando i Monti Pisani. Tutto a piedi.

Il viaggiare a piedi per me è un gesto speciale, quasi sacro e rituale. Si conosce solo la destinazione, tutto ciò che riserva il lungo percorso è impossibile da immaginare. Non la interpreto come una pratica sportiva anche se, poi, un po’ di gamba serve sempre. Quello che manca, rispetto allo sport, è il desiderio di fare la prestazione o di battere un tempo. Se c’è un sfida è con se stessi e da contare non ci sono i minuti al di sotto del record ma le vedute rimaste impresse, i tramonti, gli incontri e i bei sentieri attraversati. Per me il camminare è poesia, ricerca della bellezza dalla Natura, desiderio di immersione e ascolto del paesaggio, della sua identità e delle mille piccole storie che ha da raccontare. Storie impresse nella morfologia dei territori e di come questi, nel corso dei secoli, hanno preso forma in relazione all’opera umana. Storie che avvolgono luoghi eletti a contenitori di senso. Non è impresa sportiva, sia chiaro, e io, quando cammino, non sono un atleta ma piuttosto uno straniero di passaggio o un vagabondo. Ogni velleità, ogni resistenza deposta. Solo, vulnerabile, aperto ad accogliere, ad andare verso  ciò che incontro.

La montagna. Cos’è la montagna se non un’allegoria? La vetta da raggiungere dopo una salita impegnativa è l’obiettivo conquistato con fatica e sudore. Per guardare giù,  staccarsi dalle pianure del mondo e ammirarlo da una prospettiva più ampia. Ammirarlo dal settimo cielo. È desiderio di conoscenza. Di esplorare punti di vista ed abbracciare anche i più difficili da raggiungere. È sfida tra se stessi e Natura le cui origini affondano radici negli albori della storia umana. La montagna può essere tutti i giorni e in ogni luogo. E questo mio viaggio senza pretese, dalla porta di casa, con lo zaino in spalla, alla casa di Valeria, una montagna lo è stato sicuramente. Ho superato anche promontori veri, questo è certo. L’Appennino è sempre montagna anche se, quando penso ad essa, immagino le alte vette rocciose delle Alpi piuttosto che i promontori boschivi e ondulati dei passi appenninici. Tutto un altro mondo.

Credo che ogni luogo sia fonte di conoscenza e abbia storie da raccontare. Storie che si possono raccogliere solo sul posto e che sfuggono alle grandi narrazioni. Storie di vita quotidiana, di valli e di torrenti oppure di alberi o di pietre che per qualcuno sono diventati importanti tesori della propria biografia. Certi luoghi, sfuggenti e dimenticati, si possono assaporare solo da vicino, entrandoci dentro. L’esperienza diretta come strumento di conoscenza dovrebbe essere fortemente rivalutata. Oggi si conosce tutto in pochi click. O, perlomeno, si ha l’illusione di conoscere. L’esperienza sa dare una conoscenza diversa, più profonda e che rimane incisa dentro sé. Quei luoghi, un po’ , mi abitano ancora e, ripercorrendoli col pensiero, tornano alla luce, vivi e di un verde spendente. Assieme  a queste immagini posso rivivere le sensazioni provate in quei momenti, quasi sentire gli odori o la temperatura atmosferica di quei giorni. Guadare un fiume mi ricorderà sempre il Nure, attraversato a piedi nudi e con tutto lo zaino in spalla. Mi ricorderà la sosta sulle sue rive,  all’ombra di un albero, nella calura del mezzogiorno, coi piedi a mollo. Istanti di semplice, pura felicità.

Tutto sembra, appunto, semplice sulla via, ma non è così. Stare da soli per ore nei boschi o sui declivi con un’idea un po’ vaga di dove si stia andando e se si stia percorrendo la direzione giusta, non è sempre facile. Il corpo si abitua al camminare e alla fatica, è fatto per questo. La mente, invece, interroga sempre. Stare nei silenzi e nelle solitudini della natura, soli con sé stessi, è stata forse la parte più ardua. Tenersi a bada, rincuorarsi, prendersi cura di sé, avere fiducia, non lasciarsi andare, resistere ancora per un po’, mettere le paure al proprio posto, affidarsi. Sono alcune delle cose che ho sperimentato durante il viaggio. La ricompensa è arrivata ad ogni sosta, che fosse la cima di un valico, un rifugio, una fontanella d’acqua fresca o un tronco tagliato sul quale ho trovato riposo. Sono arrivato qui per sentire il corpo fremere di un sentimento di totale appartenenza. In alcuni momenti  il tempo non esiste più, resta l’aria intorno, i rumori degli animali, il bosco, la montagna che contiene e ospita.

Appartengo al luogo come tutto il resto e mi sento precario e vulnerabile come ogni altra creatura. Sono prezioso, piccolo ma prezioso.  Non ho ancora detto i nomi dei borghi attraversati, dei passi valicati e delle loro altitudini. Non ho detto nulla del tempo impiegato, dei chilometri percorsi, del dislivelli giornalieri. Non l’ho detto e non lo farò. Dirò dell’altro. Lo farò narrando un evento e l’incontro con una persona che per me rappresenta bene lo spirito dei luoghi attraversati. Parlo di parte degli Appennini, delle valli interne coi loro borghi diroccati, abbandonati e decadenti. Ripensando a questo tratto di strada vissuta a piedi, credo che questa storia possa esserne degna rappresentante. È anche quella che, prima di tutte, mi torna alla mente. Mi sento fortunato per aver avuto, per puro caso, l’occasione di raccogliere questa testimonianza e mi sento, in qualche modo, il suo custode. Una storia che ne vale mille altre simili e che trascende il luogo specifico. È parte delle voci della montagna.

Inizia con me sul sentiero, a mezza mattina, in un fitto bosco di castagni e querce, 10 km fuori Bardi direzione Borgotaro. In un viaggio di parecchi giorni e varie centinaia di chilometri, la giornata di maltempo può capitare. Ci si fa trovare un minimo attrezzati ma, in ogni caso, maltempo e montagna non vanno proprio d’accordo. Il cielo diventa improvvisamente nero pece e nel bosco, già fitto di suo, cala il buio e il silenzio. La vita si prepara a far fronte alla minaccia atmosferica e va ad accucciarsi nelle tane. Procedo a passo svelto nella speranza di uscirne il prima possibile e magari incontrare un abitato più avanti. La mappa lo segnala. Borbottii, boati, crepitii e scoppi in lontananza non promettono niente di buono. Attendo ancora prima di mettermi il k-way. È solo qualche goccia. Poi il cielo si rompe lasciando cadere fontane di pioggia. Goccioloni trasformano il bosco in cascata prima di invadere il sentiero. Acqua, acqua e poi ancora acqua. Tutto è madido, umido, scivoloso e bagnato fradicio. Me compreso. E non si ferma, viene giù che Dio la manda. Iniziano i timori, i sassi scivolosi su cui posso mettere male un piede, le fronde che oscillano e che potrebbero cadere e poi chissà cos’altro si muove in questo scenario diventato d’un tratto cupo e sinistro. Vedo una forma in lontananza fatta di muschio. È ciò che resta del muro di una casa di pietra. Conserva una piccola parte del soffitto, dove trovo momentaneo riparo e posso mettermi il k-way. Consulto la mappa, l’abitato è vicino quindi decido di procedere. Il sentiero esce dal bosco nello stesso modo in cui si esce da un tunnel e si rivede un po’ di luce. C’è una grossa roccia a sinistra mentre a destra improvvisamente appaiono le case. Continua a piovere a dirotto. Non c’è nessuno. Gli edifici sono abbandonati, i tetti sfondati, le mura diroccate e lasciate andare. Un cartello mi avvisa che sono a Monastero.

L’abitato abbandonato di Monastero sulla via per Borgotaro

Vedo un campanile e lo seguo come fosse un faro sulla costa. Arrivo in una piazza deserta. Trovo riparo sotto una tettoia che sporge di neanche mezzo metro, non c’è altro. Quattro case abbandonate coi tetti divelti e crollati sotto il peso dell’incuria e del tempo. Non un’anima. Continua a venir giù che Dio la manda. Attendo qui rannicchiato per mezz’ora, tutto fradicio. Poi arriva una macchina che entra nel cortile della  pieve. Poco dopo torna indietro. Un uomo mi dice che posso ripararmi in garage oppure bussare alla porta del parroco. Proprio quella lì, in fondo. Penso che smetterà presto, che non è il caso di disturbare e tra poco potrò incamminarmi. Ma non succede nulla di tutto ciò. Non smette, piove a dirotto e sono tutto bagnato. Di lì a poco sono a tentare la sorte bussando alla porta del parroco.  Mi apre don Bruno, questo scopro poi essere il suo nome. Don Bruno ha più di 80 anni e vive in questa pieve da solo. Ogni tanto l’altro abitante del borgo abbandonato lo aiuta negli spostamenti. Mi fa sedere, mi offre un asciugamano che rifiuto, dei cracker e del vino rosso. Questo è ciò che c’è. Lui non beve. 

Ecco un fortuito incontro tra sconosciuti, distanti anni luce. Un incontro che sa di passato medievale, quando i monasteri erano le sole certezze per i viandanti sulle strade. E qui siamo proprio a Monastero. Il destino di un luogo rimasto inscritto nella toponomastica del paesaggio. Mi racconta don Bruno della sua fatica. Dei suoi 80 anni e dei suoi 200 devoti distribuiti in 5 borghi dove va a dire messa quasi ogni giorno. La casa è disfatta, i piatti nel lavandino e un vecchia radio è appoggiata in qualche modo sul comò. Il tavolo ingombro di libri e altre cose. Santini, candele.

Mi racconta della diocesi di Parma e di come qui non mandi nessuno a dargli una mano. Dei suoi 50 anni vissuti tra queste valli montane. Di come abbia assistito allo spopolamento iniziato negli anni ’60. “Di qui si va via, non c’è lavoro se non nei boschi o nella legna . Lavoro duro che nessuno vuol più fare, per questo sono rimasti solo anziani e pochi altri che arrivano dall’estero per fare le badanti o i taglialegna”. Mi racconta di questa pieve e del suo passato e di come è dura la vita in montagna. È dura la vita in montagna, questo lo sanno tutti. Ma c’è montagna e montagna. È sicuramente faticosa anche a 2700 metri, vicino alla funivia dove i turisti si accalcano fuori dal rifugio prima del pasto domenicale. Pasto a base di cibi di montagna, non sia mai. È dura la vita a Curmayeour, a Chamonix, a Cortina e in tanti altri posti rinomati. La montagna è altrove. È natura selvaggia, incontaminata, crudele e non si lascia addomesticare. Sta nascosta tra le valli, lontano dagli scintillii della società. La montagna è proprio qui.

Racconta don Bruno che d’inverno non può andare a dire messa perché c’è sempre neve e non passa nessuno a toglierla dall’unica strada che fa da collegamento con gli altri borghi semi-abbandonati. “Non ci vuol vivere nessuno qui, i giovani si spostano a Parma o Piacenza per studiare e lavorare”. Sono rimasti in pochi e si affidano gli uni agli altri, altrimenti non si può sopravvivere. A 80 anni si dovrebbe avere diritto al riposo, ad essere accuditi. Si dovrebbe aver diritto al racconto della propria vita a chi abiterà il futuro. Se dovessi estrarre una parola dalla storia che mi ha donato don Bruno, direi che questa è “Non abbandonarmi”. È una preghiera, una richiesta di cuore verso i figli di queste terre che sono andati via. Chissà dove. “Non abbandonarmi”. È la supplica della montagna che vive in simbiosi, da secoli, con l’uomo. “Non abbandonarmi”. È la parola che conservo dopo questo lungo viaggio verso il mare per portare un mazzo di rose rosse a Valeria. Una settimana dopo circa, sono arrivato da lei con un mazzo di rose in mano. Comprato a Pisa, ovviamente. L’ho trovata lì, nel cortile, all’ombra della sua magnolia. Parlava al telefono ed era di spalle. Mi stava aspettando. Dopo tredici giorni a piedi tra valli, montagne e pianure, temporali e calure estive ero arrivato da lei. Sapevo di bosco e custodivo ancora, vivide negli occhi e solo mie, le immagini di un viaggio che non le avrei mai saputo spiegare. Tenevo in mano un bel mazzo di rose rosse.

Strade di Pisa, fine del viaggio. Una mano, un piede e un mazzo di rose


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